Roma e dintorni dagli inizi ai giorni nostri
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| Città | Nome | Sistemazione | Info |
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Introduzione
Programma di 8 giorni
Giorno 1: Roma dalle origini
| Mattina | Visita alle città etrusche di Tarquinia e Cerveteri con la necropoli della Banditaccia. |
| Pranzo | Pranzo con "la pizza al taglio" romana |
| Pomeriggio | Visita al Museo della civiltà romana. |
| Cena | Da Teo a Trastevere "trattoriaccia romana doc" |
| Dopo cena | Passeggiata nel quartiere di Trastevere tra gli animati vicoli e gli artisti di strada. |
Tarquinia
Tra il X e il IX sec. a.C sull'area della Civita si riuniscono le genti di diversi villaggi della zona dando vita a quella complessa aggregazione sociale che oggi chiamiamo città . Ne rimangono a testimonianza le ricche necropoli villanoviane e i resti dei villaggi che le originarono. Nell' VIII e nel VII sec. a.C. Tarquinia ormai città ricca e potente trasforma la sua economia e pur mantenendo sempre una dimensione agricola diviene un attivo centro commerciale e industriale (metalli, grezzi, bronzi, ceramiche. Nel VI secolo mentre sempre più attivi sono i traffici con l'Oriente e la Grecia testimoniati sul mare dall'emporio di Gravisca, domina il guado sul Tevere, punto focale di transito del commercio dell'Italia centrale e fa di Roma la grande Roma dei Tarquini (616 - 509 a.C.). Nel IV rinnova il tentativo di imporre la propria guida nella lega etrusca contro l'espansionismo romano. Ma ormai Roma è alle porte e la guerra tra le due città divampa violenta con episodi di estrema ferocia fino alla sconfitta del 308 a.C. Nel 281 a.C. Tarquinia deve sottomettersi a Roma e inizia il suo lento declino mentre Roma le sottrae porzioni vitali del territorio, specialmente sul mare. Nel 90 a.C. diviene municipium. La sua aristocrazia si spegne o trasmigra a Roma Con la morte di Giulio Cesare e più tardi con l'avvento dell'Impero finisce la storia della Tarquinia etrusca. Dieci secoli di storia hanno lasciato profonde tracce sia sopra che sotto il sacro suolo di Tarquinia. Pochi, ma monumentali i resti sul pianoro calcareo della Civita (150 ettari) oggi deserto di abitazioni. Oltre tratti della lunga cinta di mura (8 km) in blocchi di macco (V sec. a.C.) (ben visibile a Nord la Porta Romanelli), porzioni di scavi archeologici più o meno recenti, il monumento principale è il tempio dell'Ara della Regina il più grande d'Etruria dal quale provengono i famosi Cavalli alati in terracotta custoditi nel museo (III sec. a.C.) che sono un po' l'emblema di Tarquinia. Più numerosi e affascinanti i resti nelle migliaia di tombe per lo più accentrate nella lunga e parallela collina di Monterozzi dalle quali provengono i preziosi e interessanti reperti del Museo. Di queste un cospicuo numero sono dipinte e costituiscono una pinacoteca dell'arte antica mediterranea e italica. Non c'è libro d'arte che non ricordi le sue tombe, che vanno dal VI secolo al I e sono le testimonianze più antiche dell'arte pittorica italiana e affascinante relitto della grande pittura classica antica. I mille anni di Tarquinia etrusca sono bene illustrati nelle sale del rinascimentale palazzo Vitelleschi in un museo nazionale che raccoglie migliaia di reperti, vasi e oggetti villanoviani, ceramica etrusca e greca con capolavori unici, sarcofagi e bronzi, gioielli e sculture, ex voto e monete. Vi sono ricomposte anche quattro tombe a camera i cui dipinti vennero a suo tempo "strappati" con tecnica moderna dagli antichi ipogei. Sono: la tomba delle Olimpiadi, della Nave, del Triclinio, e delle Bighe (fine VI - V sec. a.C.).
Cerveteri
Sviluppatasi lentamente nei secoli IX e VIII a.C., Chisra fu la più importante delle città etrusche fra il VII e il V secolo a.C., soprattutto grazie alla grande potenza marittima e grazie ai suoi porti dislocati ad Alsium (Palo, presso Ladispoli), Pyrgi (Santa Severa) e Punicum (Santa Marinella). A lungo alleata di Cartagine, decadde dopo la sconfitta etrusca a opera di Siracusa nella battaglia navale di Cuma (474 a.C.); passata dalla parte di Roma, venne infine assorbita da questa, divenendo un centro modesto con il nome latino di Caere. Nell'Alto Medioevo divenne borgo fortificato, ma in seguito decadde e nel XIII secolo fu abbandonata dalla popolazione, che fondò un nuovo insediamento più a est, Ceri, oggi piccolo borgo murato. Da Caere Vetus ("vecchia Caere") derivò così l'attuale nome della città , che risorse attorno al XV secolo. Se la città antica, che occupava una vasta superficie, è quasi completamente sconosciuta (si è rinvenuto il teatro romano), famose sono le necropoli che la circondavano, fra cui quelle del Sorbo, di Monte Abatone e, soprattutto, della Banditaccia, dove sono le tombe più monumentali. Risalenti ai secoli VIII-I a.C., comprendono i "sepolcri a camera", spesso riproducenti interni di abitazioni e ricoperti da un imponente tumulo. Le tombe più celebri sono quelle dei Rilievi (IV secolo a.C.), degli Scudi e delle Sedie (fine del VII secolo), dei Capitelli (VI secolo), la tomba Moretti (VI secolo), la Campana (VII-VI secolo) e la Regolini-Galassi, di una famiglia principesca del VII secolo a.C., che ha restituito straordinari oggetti d'oro, d'avorio e di bronzo (oggi ai Musei Vaticani). Importante è il Museo nazionale Cerite, ospitato all'interno della rocca duecentesca, parte del nucleo medievale fortificato, che raccoglie i preziosi oggetti dei corredi funerari rinvenuti nelle necropoli.
Il Museo della Civiltà Romana, inaugurato nel 1955, illustra nelle 59 sezioni tutti gli aspetti della civiltà romana antica con una raccolta imponente di calchi da originali conservati in tutti i musei del mondo.
Il quartiere di Trastevere autenticamente romano ha mantenuto il proprio caratteristico ritmo e stile di vita. Ricco di locali tipici e mercati, si avvolge con un vasto reticolo di vicoli intorno alla piazza principale di Santa Maria in Trastevere.
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Giorno 2: Il Regno
| Mattina | Circo Massimo, dal Palatino al Foro Boario, Colle Oppio e il Granicolo. |
| Pranzo | Pranzo con il "tramezzino romano." |
| Pomeriggio | Campidoglio e i Musei Capitolini. |
| Cena | Nell'antico quartiere di Testaccio da Pecorino. |
| Dopo cena | Visita serale al museo di arte moderna Macro. |
Il Circo Massimo, il più grande edificio per lo spettacolo di tutti i tempi lungo 600 m. e largo 140, è dalla leggenda collegato alle origini stesse della città : infatti, in occasione dei giochi in onore di Conso, sarebbe avvenuto il ratto delle Sabine e quindi il nascere della vita nella città stessa.
L'area del Foro Boario è legata agli albori della città . Intorno all'anno 1000 a.C. si formarono piccoli insediamenti di capanne sul Palatino e sulle altre colline nella pianta del Tevere attirati dalle opportunità di sviluppare attività mercantili lungo il fiume. La vicinanza al Tevere era strategica per le popolazioni che abitavano quelle zone per la presenza del guado situato a valle dell'Isola Tiberina che metteva in comunicazione le due piste seguite dagli allevatori di bestiame, quella del Settentrione etrusco con quella del Meridione greco e del cui controllo gli antichi romani beneficiavano. Per questa ragione sino al tempo dell'impero la riva prospiciente venne detta Foro Boario (il mercato dei buoi).
La passeggiata del Gianicolo permette di godere uno degli scorci più suggestivi sul centro storico di Roma. Grandi viali alberati attraversano la collina che domina Trastevere per confluire in piazzale Garibaldi, dove la terrazza panoramica fa perno intorno al monumento equestre dell'eroe dei due mondi, opera del tardo ottocento di Emilio Gallori. Ai piedi della terrazza, il Parco Gianicolense degrada ripido a est verso il Tevere. La passeggiata panoramica muove verso sud, tra ali di busti di marmo raffiguranti illustri garibaldini, verso l'ampio e scenografico largo della Fontana dell'Acqua Paola, chiamata tradizionalmente "Fontanone", eretta da Giovanni Fontana e Carlo Maderno per Papa Paolo V (1608 - 1612). Poco più avanti la strada giunge sulla terrazza della bella chiesa di San Pietro in Montorio, nota per il tempietto rinascimentale del Bramante racchiuso nel cortile, modello di perfezione classica, storica meta di coppie che ufficializzano religiosamente la loro unione.
Per raggiungere piazza del Campidoglio si sale per la cordonata disegnata da Michelangelo, alla sua base sono due leoni egizi di granito nero rinvenuti in un antico tempio egizio che si trovava nella zona di Campo Marzio. Nel mezzo della bellissima piazza vi è l'enorme statua equestre di Marco Aurelio, riproduzione dell'originale custodita all'interno dei Musei Capitolini, museo pubblico più antico del mondo, fondato nel 1471 da Sisto IV con la donazione al popolo romano dei grandi bronzi lateranensi.
Il Rione Testaccio, a sud dell'Aventino e sulla riva sinistra del Tevere, si distingue dagli altri quartieri di Roma per essere riuscito a mantenere, nel corso del tempo, il suo originario spirito popolare, con il sapore familiare e caratteristico della vera Roma e la semplicità dello stile di vita. Testaccio si potrebbe definire "un paese all'interno di una città ". Proprio nel quartiere Testaccio la squadra di calcio della Roma, negli anni trenta, aveva il suo mitico campo di calcio... il "Campo Testaccio".
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Giorno 3: La Roma Imperiale e la Roma Repubblicana
| Mattina | Terme di Caracalla e Rione Monti. |
| Pranzo | Pranzo in Enoteca nel Rione Monti. |
| Pomeriggio | Il foro Romano e i Fori Imperiali, il Colosseo. |
| Cena | Dar Filettaro a Santa Barbara. |
| Dopo cena | Concerto all'Auditorium. |
Le Terme di Caracalla costruite tra il 212 e il 217 da Caracalla, figlio dell'imperatore Settimio Severo e lui stesso imperatore fino al 217 - anno della sua uccisione - queste terme sono uno dei più immensi e suggestivi complessi monumentali dell'antica Roma. Le sue gigantesche strutture, situate alle pendici dell'Aventino, potevano ospitare fino a 1600 persone. La struttura di questo gigantesco complesso, realizzata sul modello delle analoghe costruzioni del II secolo, prevedeva un grande edificio centrale, circondato da ampi spazi verdi, a cui si accedeva da quattro porte. All'interno delle terme la distribuzione degli ambienti era pressoché simmetrica: al centro la basilica, coperta da tre volte a crociera, il frigidarium, il tepidarium e il calidarium, e ai lati palestre, vestiboli, spogliatoi. Il frigidarium, non riscaldato - al contrario di calidarium e tepidarium - normalmente di ampie proporzioni e riccamente decorato, costituiva la tappa finale del percorso che si seguiva all'interno e che si iniziava dalla palestra e dal bagno turco – il laconicum. Le terme (dal greco thèrmai, sorgenti calde) erano i grandi complessi dei bagni pubblici cittadini, e rappresentavano uno dei principali svaghi dell'antica Roma. Qui ci si incontrava, si discuteva, ci si rilassava, all'interno di ambienti dalle proporzioni grandiose e dalla ricchissima decorazione. Tra i principali complessi termali di cui oggi si possono ammirare le rovine, le terme di Caracalla ancora impressionano per l'audacia delle possenti strutture murarie, rimaste in piedi spesso fino ad altezze notevoli.
Rione Monti
La suburra costituiva la parte più popolare della Roma antica, un dedalo di viuzze, rioni e mercati. Abitata da mimi, gladiatori e cortigiane vi si trovavano i luoghi più malfamati, le bettole ed i vicoli bui teatro di delitti e misfatti. Fu però il luogo che dette i natali a Giulio Cesare.
Il Foro Romano durante il periodo della Repubblica sino al I secolo a.C. ha costituito lo scenario principale della vita di Roma. Qui le genti romane si riunivano, scambiavano merci e svolgevano le attività della vita quotidiana. Divenuto l'antico Foro Romano insufficiente ad ospitare tutte le funzioni, in un lustro e mezzo si attuò a Roma la più grande ristrutturazione urbanistica e monumentale dell'evo antico cui presero parte sei imperatori ed il cui magnifico risultato fu la creazione del nuovo centro politico – amministrativo, giudiziario e monumentale: i Fori Imperiali.
Per realizzare il Colosseo conosciuto come Anfiteatro Flavio, gli architetti unirono le piante di due teatri, concependo il più grande anfiteatro e massimo monumento del mondo romano. Il nome Colosseo deriva dall'enorme statua bronzea di Nerone che venne eretta nelle vicinanze e che, vista la grandezza, era conosciuto come il Colosso di Nerone. La costruzione dell'anfiteatro venne avviata da Vespasiano, ma completata da Tito nell'80 d.C. e aperta al pubblico con una solenne inaugurazione durata ben cento giorni di cui rimangono delle descrizioni nelle cronache antiche.
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Giorno 4: La Roma Cristiana
| Mattina | Visita alla basilica di San Pietro in Vaticano, alla Cappella Sistina e ai Musei Vaticani. |
| Pranzo | Pranzo veloce presso la gastronomia Franchi con tutte le specialità romane. |
| Pomeriggio | Castel Sant'Angelo, le basiliche di Roma - Santa Maria Maggiore, San Giovanni Laterano, San Paolo fuori le mura. Visita alle Catacombe di San Callisto. |
| Cena | Presso una tipica osteria romana di altri tempi sull'Appia Antica, Mosca Margherita |
La Basilica di San Pietro in Vaticano
A Pietro, primo fra gli Apostoli, primo Papa e capo visibile della Chiesa, è dedicata la Basilica più importante del mondo cristiano. La Basilica è inoltre uno straordinario museo, è impossibile enumerare l'infinità e il valore dei capolavori custoditi.
I Musei Vaticani custodiscono eccelse opere di pittura, scultura e dell'ingegno umano, raccolte nei secoli dai Sommi Pontefici e comprendono insigni monumenti artistici: la Cappella Sistina, la Cappella del Beato Angelico, le Stanze e la Loggia di Raffaello e l'Appartamento Borgia.
Castel Sant'Angelo Edificato intorno al 123 d.C. come sepolcro per l'imperatore Adriano e la sua famiglia, ha un destino atipico nel panorama storico-artistico della capitale. Mentre tutti gli altri monumenti di epoca romana vengono travolti, ridotti a rovine o a cave di materiali di spoglio da riciclare in nuovi, moderni edifici, il Castello - attraverso una serie ininterrotta di sviluppi e trasformazioni che sembrano scivolare l'una nell'altra senza soluzione di continuità - accompagna per quasi duemila anni le sorti e la storia di Roma. Da monumento funerario ad avamposto fortificato, da oscuro e terribile carcere a splendida dimora rinascimentale che vede attivo tra le sue mura Michelangelo, da prigione risorgimentale a museo, Castel Sant'Angelo incarna nei solenni spazi romani, nelle possenti mura, nelle fastose sale affrescate, le vicende della Città Eterna dove passato e presente appaiono indissolubilmente legati.
Le Catacombe di San Callisto sorsero verso la metà del secondo secolo e sono tra le più grandi e importanti di Roma In esse trovarono sepoltura decine di martiri, 16 pontefici e moltissimi cristiani. Prendono nome dal diacono S.Callisto, che, all'inizio del III secolo, fu preposto da Papa Zefirino all'amministrazione del cimitero e così le catacombe di S. Callisto divennero il cimitero ufficiale della Chiesa di Roma. Vi furono probabilmente sepolti il papa S. Zefirino e il giovane martire dell'Eucarestia, S.Tarcisio. Il cimitero sotterraneo consta di diverse aree. Le Cripte di Lucina e la regione detta dei papi e di S.Cecilia sono i nuclei più antichi.
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Giorno 5: Dal Medioevo ai nostri giorni
| Mattina | Campo de' Fiori, Piazza Farnese, Portico d'Ottavia, il Ghetto e il Teatro Marcello, il Pasquino, la Bocca della Verità e l'isola Tiberina. |
| Pranzo | Pranzo al ghetto ebraico da Nonna Betta |
| Pomeriggio | Piazza di Spagna, via Condotti, Piazza Colonna, la monetina nella Fontana di Trevi, Piazza Navona |
| Sera | Allo storico caffe Greco |
| Cena | Enoteca regionale Palatium |
| Dopo cena | Spettacolo presso lo storico Teatro Margherita |
La piazza di Campo dei Fiori deve la sua fama all'episodio che vide il filosofo Giordano Bruno arso sul rogo dall'Inquisizione cattolica per l'accusa di eresia il 17 febbraio del 1600 d.C. L'esecuzione è oggi ricordata da una statua eretta nel 1889 d.C. e posta nel centro del Campo dei Fiori opera dello scultore Ettore Ferrari. La toponomastica del luogo, che alcuni propongono di far risalire al fatto che una delle amanti dell'Imperatore Pompeo, Flora, avrebbe vissuto in quest'area, è più probabilmente da attribuirsi all'aspetto di totale abbandono che la piazza, invasa da piante e fiori, mostrava nel XV secolo. Oggi Campo dei Fiori, rappresenta uno dei luoghi dove Roma manifesta con maggior trasparenza il suo carattere più autentico dalla prima mattina con il mercato all'aperto, fino a notte inoltrata con l'intrattenimento offerto dai bar, ristoranti e trattorie della zona.
Il primo nucleo del Ghetto ebraico di Roma si formò nel secolo XVI, con la popolazione proveniente dal vicino Trastevere. Nel 1555 Papa Paolo IV costituì infatti il Ghetto di Roma ed emise la bolla cum nimis absurdum, che obbligava gli ebrei a vivere in un'area ben precisa e prevedeva una serie di limitazioni. Quello di Roma fu l'ultimo Ghetto a essere abolito in Europa Occidentale, soltanto nel 1883. L'area occupata dal Ghetto era davvero esigua: non più di tre ettari, dalla attuale Via del Portico d'Ottavia fino a Piazza delle Cinque Scole, al fiume Tevere, all'epoca privo dei muraglioni, costruiti dopo l'Unità d'Italia e la proclamazione di Roma capitale.
Le "statue parlanti", in origine sparse in tutta Roma, sono forse una delle migliori espressioni di quell'anima tutta romana, portata per la satira e per un atteggiamento irriverente nei confronti del potere e delle sue più vuote ostentazioni. La loro tradizione nasce in epoca pontificia, quando il popolo cominciò ad appendere cartelli con scritte satiriche al collo di queste sculture. Se oggi il celebre Pasquino è l'unica superstite, un tempo l'elenco era più lungo e comprendeva statue che hanno spesso dato il nome alle vie in cui si trovavano (è il caso appunto di Piazza di Pasquino o di Via del Babuino). Il Pasquino è una statua del periodo ellenista (la datazione è riconducibile al III secolo a.C.): ciò che ne rimane è in realtà un doppio frammento di due corpi, di cui uno probabilmente raffigurante un guerriero greco, ma si ipotizza anche che si tratti di Menelao che sorregge il corpo morente di Patroclo. Pare che in origine la statua, rinvenuta nel 1501 in seguito a degli scavi, ornasse lo Stadio di Domiziano, ossia l'attuale Piazza Navona. A seguito del ritrovamento fu spostata nella posizione attuale, in quella che al tempo era Piazza di Parione e che oggi è invece, appunto, Piazza di Pasquino. Il nome stesso della statua è tanto misterioso quanto le sue origini e ciò che rappresenta. Diverse sono le ipotesi al riguardo: la più accreditata rintraccia Pasquino in un noto artigiano del rione Parione (un barbiere o un sarto o un calzolaio), famoso per la sua vena satirica. Secondo altri si tratterebbe di un ristoratore che esponeva i suoi versi proprio in quella piazzetta, mentre altre versioni parlano di docenti di grammatica latina o di protagonisti del Decamerone di Boccaccio. Ma a noi piace pensare che una statua così popolare, che ha dato voce così sapientemente al popolo romano, abbia preso nome da uno dei suoi rappresentanti più umili, un bottegaio, un artigiano o un ristoratore col vizio per la poesia e con l'animo pieno di satira irriverente. Le pasquinate, ossia i cartelli e manifesti satirici che venivano appesi nottetempo al collo delle statue parlanti, cominciano a comparire in epoca papale, in veste di invettive, lazzi e versi nei confronti dei rappresentanti del potere temporale del papato. Sovente erano i papi stessi a essere bersaglio delle aspre satire romanesche, tanto che più d'un pontefice tentò di rimuovere il Pasquino, salvo essere "dissuaso" dai consigli di chi conosceva bene il popolo romano e le sue possibili, incontrollabili reazioni di fronte ad una tale censura. Se in un primo momento però furono persino posti i gendarmi a sorvegliare nottetempo le statue parlanti (non scoraggiando tuttavia le affissioni), in seguito lo stesso potere temporale intuì le potenzialità di questa usanza, tanto che le statue furono spesso utilizzate anche come spazio affissioni per le "campagne elettorali" per l'elezione dei nuovi papi o comunque come spazi utilizzabili a fini propagandistici contro gli avversari. Sin dall'origine legata quindi al potere pontificio, la storia delle pasquinate si interruppe momentaneamente proprio a seguito dell'annessione di Roma al nuovo Regno d'Italia. Ma fu un'assenza a cui i tempi moderni hanno saputo finalmente porre rimedio, rinverdendo i fasti del Pasquino con nuove quotidiane pasquinate, legate alla politica, all'attualità , all'ostentazione del potere, ai vizi dei potenti, con un respiro a volte internazionale, a volte locale, rivolto ai problemi della Capitale. In ogni caso il periodo di "buio" che seguì alla breccia di Porta Pia non fu mai totale e sporadiche pasquinate ruppero saltuariamente un silenzio che i decenni a venire avrebbero definitivamente eliminato, riportando in auge una delle tradizioni che meglio racconta cosa sia l'invettiva romanesca. Le "statue parlanti", in origine sparse in tutta Roma, sono forse una delle migliori espressioni di quell'anima tutta romana, portata per la satira e per un atteggiamento irriverente nei confronti del potere e delle sue più vuote ostentazioni. La loro tradizione nasce in epoca pontificia, quando il popolo cominciò ad appendere cartelli con scritte satiriche al collo di queste sculture. Se oggi il celebre Pasquino è l'unica superstite, un tempo l'elenco era più lungo e comprendeva statue che hanno spesso dato il nome alle vie in cui si trovavano (è il caso appunto di Piazza di Pasquino o di Via del Babuino). Il Pasquino è una statua del periodo ellenista (la datazione è riconducibile al III secolo a.C.): ciò che ne rimane è in realtà un doppio frammento di due corpi, di cui uno probabilmente raffigurante un guerriero greco, ma si ipotizza anche che si tratti di Menelao che sorregge il corpo morente di Patroclo. Pare che in origine la statua, rinvenuta nel 1501 in seguito a degli scavi, ornasse lo Stadio di Domiziano, ossia l'attuale Piazza Navona. A seguito del ritrovamento fu spostata nella posizione attuale, in quella che al tempo era Piazza di Parione e che oggi è invece, appunto, Piazza di Pasquino. Il nome stesso della statua è tanto misterioso quanto le sue origini e ciò che rappresenta. Diverse sono le ipotesi al riguardo: la più accreditata rintraccia Pasquino in un noto artigiano del rione Parione (un barbiere o un sarto o un calzolaio), famoso per la sua vena satirica. Secondo altri si tratterebbe di un ristoratore che esponeva i suoi versi proprio in quella piazzetta, mentre altre versioni parlano di docenti di grammatica latina o di protagonisti del Decamerone di Boccaccio. Ma a noi piace pensare che una statua così popolare, che ha dato voce così sapientemente al popolo romano, abbia preso nome da uno dei suoi rappresentanti più umili, un bottegaio, un artigiano o un ristoratore col vizio per la poesia e con l'animo pieno di satira irriverente. Le pasquinate, ossia i cartelli e manifesti satirici che venivano appesi nottetempo al collo delle statue parlanti, cominciano a comparire in epoca papale, in veste di invettive, lazzi e versi nei confronti dei rappresentanti del potere temporale del papato. Sovente erano i papi stessi a essere bersaglio delle aspre satire romanesche, tanto che più d'un pontefice tentò di rimuovere il Pasquino, salvo essere "dissuaso" dai consigli di chi conosceva bene il popolo romano e le sue possibili, incontrollabili reazioni di fronte ad una tale censura. Se in un primo momento però furono persino posti i gendarmi a sorvegliare nottetempo le statue parlanti (non scoraggiando tuttavia le affissioni), in seguito lo stesso potere temporale intuì le potenzialità di questa usanza, tanto che le statue furono spesso utilizzate anche come spazio affissioni per le "campagne elettorali" per l'elezione dei nuovi papi o comunque come spazi utilizzabili a fini propagandistici contro gli avversari. Sin dall'origine legata quindi al potere pontificio, la storia delle pasquinate si interruppe momentaneamente proprio a seguito dell'annessione di Roma al nuovo Regno d'Italia. Ma fu un'assenza a cui i tempi moderni hanno saputo finalmente porre rimedio, rinverdendo i fasti del Pasquino con nuove quotidiane pasquinate, legate alla politica, all'attualità , all'ostentazione del potere, ai vizi dei potenti, con un respiro a volte internazionale, a volte locale, rivolto ai problemi della Capitale. In ogni caso il periodo di "buio" che seguì alla breccia di Porta Pia non fu mai totale e sporadiche pasquinate ruppero saltuariamente un silenzio che i decenni a venire avrebbero definitivamente eliminato, riportando in auge una delle tradizioni che meglio racconta cosa sia l'invettiva romanesca. Le "statue parlanti", in origine sparse in tutta Roma, sono forse una delle migliori espressioni di quell'anima tutta romana, portata per la satira e per un atteggiamento irriverente nei confronti del potere e delle sue più vuote ostentazioni. La loro tradizione nasce in epoca pontificia, quando il popolo cominciò ad appendere cartelli con scritte satiriche al collo di queste sculture. Se oggi il celebre Pasquino è l'unica superstite, un tempo l'elenco era più lungo e comprendeva statue che hanno spesso dato il nome alle vie in cui si trovavano (è il caso appunto di Piazza di Pasquino o di Via del Babuino). Il Pasquino è una statua del periodo ellenista (la datazione è riconducibile al III secolo a.C.): ciò che ne rimane è in realtà un doppio frammento di due corpi, di cui uno probabilmente raffigurante un guerriero greco, ma si ipotizza anche che si tratti di Menelao che sorregge il corpo morente di Patroclo. Pare che in origine la statua, rinvenuta nel 1501 in seguito a degli scavi, ornasse lo Stadio di Domiziano, ossia l'attuale Piazza Navona. A seguito del ritrovamento fu spostata nella posizione attuale, in quella che al tempo era Piazza di Parione e che oggi è invece, appunto, Piazza di Pasquino. Il nome stesso della statua è tanto misterioso quanto le sue origini e ciò che rappresenta. Diverse sono le ipotesi al riguardo: la più accreditata rintraccia Pasquino in un noto artigiano del rione Parione (un barbiere o un sarto o un calzolaio), famoso per la sua vena satirica. Secondo altri si tratterebbe di un ristoratore che esponeva i suoi versi proprio in quella piazzetta, mentre altre versioni parlano di docenti di grammatica latina o di protagonisti del Decamerone di Boccaccio. Ma a noi piace pensare che una statua così popolare, che ha dato voce così sapientemente al popolo romano, abbia preso nome da uno dei suoi rappresentanti più umili, un bottegaio, un artigiano o un ristoratore col vizio per la poesia e con l'animo pieno di satira irriverente. Le pasquinate, ossia i cartelli e manifesti satirici che venivano appesi nottetempo al collo delle statue parlanti, cominciano a comparire in epoca papale, in veste di invettive, lazzi e versi nei confronti dei rappresentanti del potere temporale del papato. Sovente erano i papi stessi a essere bersaglio delle aspre satire romanesche, tanto che più d'un pontefice tentò di rimuovere il Pasquino, salvo essere "dissuaso" dai consigli di chi conosceva bene il popolo romano e le sue possibili, incontrollabili reazioni di fronte ad una tale censura. Se in un primo momento però furono persino posti i gendarmi a sorvegliare nottetempo le statue parlanti (non scoraggiando tuttavia le affissioni), in seguito lo stesso potere temporale intuì le potenzialità di questa usanza, tanto che le statue furono spesso utilizzate anche come spazio affissioni per le "campagne elettorali" per l'elezione dei nuovi papi o comunque come spazi utilizzabili a fini propagandistici contro gli avversari. Sin dall'origine legata quindi al potere pontificio, la storia delle pasquinate si interruppe momentaneamente proprio a seguito dell'annessione di Roma al nuovo Regno d'Italia. Ma fu un'assenza a cui i tempi moderni hanno saputo finalmente porre rimedio, rinverdendo i fasti del Pasquino con nuove quotidiane pasquinate, legate alla politica, all'attualità , all'ostentazione del potere, ai vizi dei potenti, con un respiro a volte internazionale, a volte locale, rivolto ai problemi della Capitale. In ogni caso il periodo di "buio" che seguì alla breccia di Porta Pia non fu mai totale e sporadiche pasquinate ruppero saltuariamente un silenzio che i decenni a venire avrebbero definitivamente eliminato, riportando in auge una delle tradizioni che meglio racconta cosa sia l'invettiva romanesca.
Piazza di Spagna e la scalinata. La piazza più famosa prende il nome dalla presenza storica in questo luogo dell'Ambasciata di Spagna. E' dominata dalla maestosa scalinata di Trinità dei Monti.
Da via Condotti a via Margutta si snoda una delle più note passeggiate romane, tra le affascinanti vie del centro e gli splendidi negozi. Piazza di Spagna e la scalinata. La piazza più famosa prende il nome dalla presenza storica in questo luogo dell'Ambasciata di Spagna. È dominata dalla maestosa scalinata di Trinità dei Monti Da via Condotti a via Margutta si snoda una delle più note passeggiate romane, tra le affascinanti vie del centro e gli splendidi negozi.
La fontana di Trevi è una spettacolare costruzione barocca, capolavoro d'architettura, scultura e ingegneria, legata al beneaugurale lancio della moneta.
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Giorno 6: Tivoli e la sagra delle cerase
| Mattina | Villa Adriana e passeggiata a Tivoli |
| Pranzo | "La ciriola" di Pippo |
| Pomeriggio | La sagra delle Cerase a Palombara Sabina |
| Cena | L'osteria del Grillo |
La Villa Adriana di Tivoli fu costruita a partire dal 117 d.C. dall'imperatore Adriano come sua residenza imperiale lontana da Roma, ed è la più importante e complessa Villa a noi rimasta dell'antichità romana, essendo vasta come e più di Pompei. L'Unesco nel 1999 l'ha proclamata Monumento Patrimonio dell'Umanità . La villa visse fino alla tarda antichità e, dopo esser stata saccheggiata da Totila, conobbe lunghi secoli di oblio, durante i quali divenne "Tivoli Vecchio", ridotta a cava di mattoni e di marmi per la vicina città di Tivoli, importante sede vescovile. Alla fine del Quattrocento, Biondo Flavio la identificò nuovamente come la Villa dell'Imperatore Adriano di cui parlava l'Historia Augusta, e nello stesso periodo Papa Alessandro VI Borgia promosse i primi scavi all'Odeon, durante i quali vennero scoperte le statue di Muse sedute attualmente al Museo del Prado di Madrid. La sua fama fu consacrata da Papa Pio II Piccolomini, che la visitò e descrisse nei suoi Commentarii. A partire dal Cinquecento, Villa Adriana divenne oggetto di innumerevoli scavi tutti volti alla scoperta di tesori - soprattutto statue e mosaici - che erano preda ambita dei grandi collezionisti di antichità , dapprima Papi e Cardinali, ed in seguito nobili romani ed europei, soprattutto inglesi. I primi scavi su vasta scala risalgono a metà del Cinquecento, e furono patrocinati da Ippolito II d'Este, figlio di Lucrezia Borgia, a quel tempo Governatore di Tivoli. Egli si avvalse dell'opera del grande architetto e antiquario Pirro Ligorio, il quale progettò e realizzò per lui la splendida Villa d'Este di Tivoli, trasformando l'antico Palazzo Vescovile in un luogo di delizie rinascimentale, con la spesa di oltre un milione di scudi d'oro - cifra sbalorditiva in ogni epoca. Pirro Ligorio scavò in vari punti di Villa Adriana alla ricerca di statue e marmi con cui decorare la Villa d'Este, ed ha lasciato tre preziosi Codici nei quali racconta delle sue esplorazioni e descrive le sue scoperte, inframmezzandole con leggende e 'quadri di vita' degli antichi romani. I Codici ligoriani divennero una delle letture più ricercate dei grandi Mecenati del Rinascimento, e contribuirono non poco a diffondere la fama della Villa di Adriano a Tivoli e della sua bellezza, e le leggende sui suoi tesori inestimabili. Gli scavi si moltiplicarono. Nel corso del Settecento, Villa Adriana divenne in gran parte proprietà del conte Fede, che fece piantare i meravigliosi cipressi che si vedono ancor oggi e scavò attivamente alla ricerca di nuove statue per la sua collezione, poi dispersa alla sua morte. Villa Adriana divenne in quell'epoca una tappa fondamentale del Grand Tour dei ricchissimi nobili inglesi, disposti a spendere qualsiasi cifra pur di esibire nelle loro dimore statue o vasi provenienti dalla Villa, come preziosi trofei di viaggio. Particolarmente attivo fu Gavin Hamilton, antiquario inglese e mercante d'arte, assieme al tivolese Domenico De Angelis: il loro scavo al Pantanello rinvenne un'enorme quantità di sculture. Solo a fine Ottocento, dopo vari passaggi di proprietà e frazionamenti, Villa Adriana fu in parte acquistata dal Regno d'Italia, che vi iniziò i primi lavori di restauro.
Da circa 70 anni a Palombara si celebra la sagra delle ciliegie, dette "cerase", frutto tipico delle campagne locali, vera ricchezza e vanto della popolazione tutta. Al termine della festa le cerase più belle vengono premiate. Nei vari rioni della cittadina si svolgono canti e balli mentre nella piazza principale trovano spazio varie manifestazioni e giochi popolari. La mattina della domenica della sagra è dedicata per tradizione al corteo- sfilata di ragazze e ragazzi vestiti con il costume tipico palombarese ottocentesco. I costumi più belli vengono premiati. Nel pomeriggio domenicale la festa giunge al culmine: per le strade cittadine sfilano i carri allegorici allestiti ognuno da un rione che gareggia con gli altri nel realizzare il proprio carro allegorico in maniera più originale ed artistica. Detti carri sono interamente ricoperti di petali di fiori, di foglie e di cerase, che vengono con certosina pazienza incollati uno ad uno sulla struttura ideata e messa in opera. Non sono ammessi alla gara-sfilata carri verniciati. Il lavoro di abbellimento dei carri allegorici è di estrema delicatezza vista la fragilità del materiale impiegato; se la struttura infatti può essere preparata per tempo e senza alcuna fretta, l'incollaggio dei petali dei fiori, delle foglie e delle cerase avviene solo all'ultimo momento per far sì che la composizione risulti fresca al momento della sfilata. E' per questo che con la colla a caldo si procede all'incollatura dei vegetali solo durante le due notti che precedono la sfilata. In genere sfilano in piazza tra la folla e alla presenza della giuria dai cinque agli otto carri. La partecipazione è molto vivace e particolarmente sentita dagli abitanti di ogni rione che, durante la sfilata, seguono il carro da loro stessi preparato, inneggiando e tifando alla vittoria finale. Per la realizzazione della sagra tutto il paese si mobilita e si dà da fare per far sì che i preparativi diano il meglio della riuscita. Da circa 70 anni a Palombara si celebra la sagra delle ciliegie, dette "cerase", frutto tipico delle campagne locali, vera ricchezza e vanto della popolazione tutta. Al termine della festa le cerase più belle vengono premiate. Nei vari rioni della cittadina si svolgono canti e balli mentre nella piazza principale trovano spazio varie manifestazioni e giochi popolari. La mattina della domenica della sagra è dedicata per tradizione al corteo- sfilata di ragazze e ragazzi vestiti con il costume tipico palombarese ottocentesco. I costumi più belli vengono premiati. Nel pomeriggio domenicale la festa giunge al culmine: per le strade cittadine sfilano i carri allegorici allestiti ognuno da un rione che gareggia con gli altri nel realizzare il proprio carro allegorico in maniera più originale ed artistica. Detti carri sono interamente ricoperti di petali di fiori, di foglie e di cerase, che vengono con certosina pazienza incollati uno ad uno sulla struttura ideata e messa in opera. Non sono ammessi alla gara-sfilata carri verniciati. Il lavoro di abbellimento dei carri allegorici è di estrema delicatezza vista la fragilità del materiale impiegato; se la struttura infatti può essere preparata per tempo e senza alcuna fretta, l'incollaggio dei petali dei fiori, delle foglie e delle cerase avviene solo all'ultimo momento per far sì che la composizione risulti fresca al momento della sfilata. E' per questo che con la colla a caldo si procede all'incollatura dei vegetali solo durante le due notti che precedono la sfilata. In genere sfilano in piazza tra la folla e alla presenza della giuria dai cinque agli otto carri. La partecipazione è molto vivace e particolarmente sentita dagli abitanti di ogni rione che, durante la sfilata, seguono il carro da loro stessi preparato, inneggiando e tifando alla vittoria finale. Per la realizzazione della sagra tutto il paese si mobilita e si dà da fare per far sì che i preparativi diano il meglio della riuscita.
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Giorno 7: La cucina romana e Frascati
| Mattina | Il mercato del Pigneto, facciamo la spesa alla romana e lezione di cucina romanesca. |
| Pranzo | Allo storico locale Necci. |
| Pomeriggio | Tour dei vini dei castelli – Tenuta Pallavicini. |
| Cena | Alla fraschetta di Frascati secondo la tradizione portando le cibarie e acquistando il vino dei Castelli. |
| Dopo cena | Passeggiata tra i vicoli di Frascati. |
Il Pigneto
Lo storico quartiere alle spalle di Porta Maggiore, famoso soprattutto per aver ospitato le esplorazioni periferiche di Pasolini negli anni '60, dopo essere stato per molti anni abbandonato a se stesso, sta vivendo un periodo di fermento sociale e culturale. Le casette vengono ristrutturate e le saracinesche rimaste chiuse per tanto tempo si rialzano con nuove attività . Per fortuna questo processo non ha ancora allontanato gli abitanti storici del Pigneto e i nuovi arrivati si mescolano con discrezione a chi nel quartiere è nato. Un luogo denso di relazioni e di umanità , scelto come scenario significativo per alcuni dei più importanti film del Neorealismo e non solo: da "Roma Città Aperta" (Rossellini, '45) a "Bellissima" (Visconti '51); da "Domenica della brava gente" (Majano'53) a "Il Ferroviere" (Germi '55); da "Audace colpo dei soliti ignoti" (Loy '60) per arrivare ad "Accattone" di Pasolini ('60). La vocazione naturale del Pigneto a essere scenario cinematografico è ascrivibile alla particolarità della storia che nelle sue vie si è stratificata: una storia fatta di gente semplice, ferrovieri, operai, botteghe artigianali che pullulavano in una periferia sorta a pochi passi dal centro di Roma. Quella periferia che affettuosamente lo stesso Pasolini chiamava "la corona di spine che cinge la città di Dio". Il Pigneto si offre oggi come una vera e propria isola urbana, un quartiere-paese, una piccola città nella città : un tessuto edilizio minuto, un'isola pedonale, capannoni industriali, edifici intensivi, casette isolate e viuzze d'altri tempi popolate da umanità multiformi. Le storie dei residenti storici si mescolano con le voci dei nuovi abitanti, attratti in massa dal carattere così inusuale del quartiere, dal suo passato così presente.
Frascati
Alla distruzione di "Tusculum" nel 1191, baluardo dei potenti conti Tuscolani, gli abitanti ripararono non lontano, "in frascata", ovvero abitazioni di frasche, attorno ad antiche chiese. Coi loro parchi, i giochi d'acqua, i lecci secolari, le ville patrizie, che si costruirono nel '500 e nel '600, eredi consapevoli di quelle di Lucullo e Cicerone, equilibrano nella fama il vino del luogo. Il più ameno e frequentato dei Castelli Romani, disteso sul versante dei colli Albani.
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Giorno 8: Roma e i Castelli romani
| Mattina | Panorama dal Vittoriano, i Palazzi del potere (Quirinale, Palazzo Madama e Montecitorio). A spasso tra le strade del centro. |
| Pranzo | Pranzo con "supplì romani" e il gelato di Giolitti |
| Pomeriggio | Passeggiata a Castel Gandolfo sede della residenza Papale estiva |
| Cena | Ariccia: degustazione della famosa porchetta. |
Il Vittoriano
Il nome deriva da Vittorio Emanuele II, il primo re d'Italia. Alla sua morte, nel 1878, fu deciso di innalzare un monumento che celebrasse il Padre della Patria e con lui l'intera stagione risorgimentale. Il Vittoriano doveva essere uno spazio aperto ai cittadini. Il complesso monumentale venne inaugurato da Vittorio Emanuele III il 4 giugno 1911. Fu il momento culminante dell'Esposizione Internazionale che celebrava i cinquanta anni dell'Italia unità . Nel complesso monumentale, sotto la statua della Dea Roma, è stata tumulata, il 4 novembre del 1921, la salma del Milite Ignoto in memoria dei tanti militari caduti in guerra e di cui non si conosce il nome o il luogo di sepoltura.
Castel Gandolfo
Sul bordo occidentale del cratere del lago Albano, dominata dalla cupola di S. Tommaso e dal complesso extraterritoriale che è residenza estiva dei pontefici, sorge, secondo la tradizione, sul sito di "Alba Longa", la più potente tra le città della Lega latina. Tutto il borgo, racchiuso nelle mura, è di pittoresco impianto tardo-medievale, con splendidi affacci sul lago, e ha come centro la piazza della Libertà , ornata da una piccola fontana berniniana. Di Bernini sono anche la chiesa di S. Tommaso e una piccola fontana che introduce, sulla stessa piazza, il Palazzo pontificio. Vi ha sede la Specola vaticana, importante osservatorio astronomico.





